notte dei ricercatori 2019

Venerdì torna la “Notte dei ricercatori”

Scuola secondaria e università Società

Centosedici città in Italia, 200 eventi in Europa. Torna la “Notte dei ricercatori”, appuntamento coordinato da Frascati Scienza con l’ambizioso obiettivo di avvicinare ricercatori e cittadini di ogni età, che si svolgerà venerdì 27 settembre. 

Saranno oltre 100 le città che ospiteranno circa 400 eventi, tra laboratori aperti, spettacoli, conferenze, eventi a tema e incontri di approfondimento. L’iniziativa, presentata oggi al Miur, arriva a compimento grazie ad una serie di progetti italiani sostenuti dalla Commissione Europea per il biennio 2018/2019. Quella del ricercatore però in Italia è uno dei pochi ruoli precari, per legge, perché la sua figura è stata messa ad esaurimento ad anni, ed oggi l’unica possibilità per fare carriera accademica è prendere l’abitazione nazionale a tempo ed avere la fortuna di partecipare ai pochi concorsi banditi dagli Atenei, per non formare per tre anni il ricercatore precario di tipo A o di tipo B. 

La “Notte Europea dei Ricercatori” è promossa dalla Commissione europea nell’ambito delle azioni Marie Sklodowska-Curie e non si svolgerà solo nel nostro Paese, ma in contemporanea in tutta Europa con migliaia di eventi. Saranno i citizen scientist il motore della nuova edizione della giornata, perché dalla collaborazione tra ricercatori e cittadini possono arrivare nuovi spunti per cercare soluzioni ai grandi problemi della società. 

Anief: “La nostra battaglia”

Anief combatte da tempo questa battaglia: anche nell’ultima Legge di Stabilità, il sindacato aveva chiesto esplicitamente di tornare ad assumere i ricercatori, a loro volta impossibilitati da anni nel passare al ruolo della docenza per via di una norma priva di senso per un Paese che dovrebbe essere all’avanguardia anche sulla formazione terziaria. Il giovane sindacato aveva tentato anche – con il decreto Concretezza, collegato alla legge di Stabilità, il DDL S. 920 – di modificare l’articolo 4, comma 1, sempre per rilanciare finalmente la figura del ricercatore a tempo indeterminato, attraverso la creazione di un albo nazionale, nell’ottica dell’innovazione e in relazione al rilancio del sistema-Paese. 

Con l’emendamento, presentato dallo stesso presidente Anief all’XI Commissione del Senato, il giovane sindacato ha proposto, “in deroga all’articolo 24, della legge 30 dicembre 2010, n. 240”, che le Università possano “continuare ad attuare per l’a.a. 2019/2020 le procedure di valutazione per il reclutamento dei ricercatori a tempo indeterminato come disposte dai commi 3 e 5 della legge 9 gennaio 2009, n. 1. A tal fine, i candidati in possesso del dottorato di ricerca o di un titolo riconosciuto equipollente anche conseguito all’estero, con almeno tre insegnamenti universitari a contratto, con pubblicazioni di rilevanza anche internazionale, che hanno ottenuto un assegno di ricerca della durata di almeno quarantotto mesi anche non continuativi,” si sarebbero “inseriti a domanda in un albo nazionale dei ricercatori dalla comprovata esperienza in base al settore scientifico-disciplinare di afferenza, che non dà diritto alla docenza e rimane valido per un triennio, dietro valutazione dei titoli e dei curricula scientifici e didattici posseduti”. 

Con questa sorta di “chiamata diretta”, qualora si fosse approvato l’emendamento Anief, si sarebbe potuto “attingere dall’albo nazionale dei ricercatori dalla comprovata esperienza per l’assunzione dei ricercatori a tempo indeterminato con modalità da disciplinare con decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca da emanare entro 60 giorni dall’approvazione della presente legge”. Per coprire le spese dell’operazione, Anief ha pensato anche come fare: i fondi arriverebbero “dal pagamento dell’ICI dei soggetti proprietari di immobili destinati ad attività ricettive e ricreative, prima esonerati, a seguito della sentenza n. 166 del 6 novembre 2018 della Corte di Giustizia Europea nella Cause riunite C-622, C-623, C-624/16”. 

Ma è un po’ tutta l’Università a lasciare molto a desiderare, almeno dal punto di vista del reclutamento: l’istituto nazionale di statistica ha rilevato, con un’indagine Istat sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca, che nel 2018, a sei anni dal conseguimento del dottorato, appena il 10% di coloro che avevano conseguono il dottorato è riescito a svolgere poi come professione l’insegnamento, ovvero uno degli sbocchi più naturali per chi consegue il titolo superiore alla laurea.