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Non tarda la replica di Anief alla resa pubblica del documento tecnico con cui il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel rivolgersi al Capo del Governo, assume una forte posizione contraria rispetto al progetto leghista, che attraverso l’approvazione di una serie di elementi incostituzionali porterebbe all’affossamento delle regioni del Sud. Secondo il giovane e combattivo sindacato fa bene il “Dipartimento per gli affari giuridici e amministrativi” ad asserire che con il riconoscimento di forme e condizioni di autonomia differenziata, si assiste a uno smantellamento del comma 3 dell’art. 117, considerato che esse possono transitare nella competenza delle Regioni. Di fatto si avrebbe nella realtà una complessa geometria delle competenze per ognuna delle regioni, cosiddette ordinarie, ridefinite sulla base di ulteriori attribuzioni. 

IL PARERE DEL PRESIDENTE

Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ricorda che “l’impatto del provvedimento su ambiti materiali rientranti nella competenza esclusiva dello Stato e potenzialmente suscettibili è portatore di disparità di trattamento tra regioni o difficoltà nella libera circolazione delle persone e delle cose tra i territori regionali o limitazioni dell’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale. Per tali ragioni, si è paventato in dottrina che l’affidamento ad alcune regioni di servizi a forte contenuto redistributivo (come l’istruzione e la sanità) potrebbe portare ad un indebolimento dei diritti di cittadinanza, nonché́ – conclude il sindacalista – a problemi relativi all’individuazione di criteri per l’assegnazione delle risorse”. 

Appare evidente come profili di illegittimità costituzionale si potrebbero riscontare in diversi punti: nella parte in cui si prevede una modifica della Costituzione con modalità non previste (le modifiche delle disposizioni costituzionali sono disciplinate dall’art. 139 Cost.); per alcune materie appare molto problematica un’attribuzione completa alle regioni in quanto necessitano di interventi unitari; la devoluzione delle materie di competenza esclusiva non può totalmente essere devoluta alle Regioni, in quanto lo Stato dovrebbe definire le prestazioni essenziali; l’attribuzione delle risorse finanziarie alle Regioni sia basata, nelle more della definizione dei fabbisogni standard per ogni singola materia, sulla spesa storica riferita alle funzioni trasferite e destinata a carattere permanente, a legislazione vigente, dallo Stato alla Regione interessata. 

Inoltre, continua, in considerazione delle difficoltà riscontrate nella definizione dei fabbisogni standard, gli schemi di intesa prevedono un meccanismo alternativo di determinazione delle risorse finanziarie per l’ipotesi in cui, trascorsi tre anni dall’entrata in vigore dei decreti attuativi, non siano stati ancora definiti i fabbisogni standard (articolo 5, comma 1, lett. b), degli schemi di intesa). La previsione di tale meccanismo alternativo non risulta, a dire del Dipartimento stesso, condivisibile. 

Infine, gli schemi di intesa non prevedono un termine di durata dell’intesa medesima: sarebbe opportuno la previsione di un termine di durata per evitare la definizione di processi irreversibili. E anche sulla clausola di cedevolezza delle disposizioni statali, c’è da dire che non possono essere le Regioni a stabilire quali norme statali cesseranno di essere applicate. 

“LA CONSULTA SI È GIÀ ESPRESSA”

A questo proposito, le due sentenze della Corte Costituzionale, la n. 107/2018 (sulla L. regione Veneto) e la n. 6/2017 e 242/2011 sulla Legge Trento 5/2006, risultano particolarmente utili, perché evidenziano da una parte i rischi di disposizioni incostituzionali, in un caso sulla materia dei servizi per l’infanzia (di competenza esclusiva delle regioni), e dall’altra il problema del reclutamento del personale. In entrambi i casi, la Corte interviene con la dichiarazione di incostituzionalità a riprova di quanto sia facile scrivere norme che sembrano utili e funzionali, ma irrispettose dei principi fondamentali della Carta costituzionale. 

Anief si è da sempre espressa contro questo modello di gestione dei servizi pubblici, a cominciare dalla scuola, partecipando anche, a fine giugno, alla manifestazione “No alla regionalizzazione scolastica, per difendere la Scuola di Stato“, assieme ad altri sindacati, associazioni e comitati di settore. Anche se molto vago, lo scorso 24 aprile proprio il presidente del Consiglio ha preso un impegno per mantenere l’unità dell’istruzione pubblica: è bene che si ricominci da lì, mettendo subito da parte egoismi regionali che poggiano su leggi incostituzionali.

(fonte: Ufficio Stampa Anief)

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