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Seminari Anief rivolti ai docenti: i prossimi appuntamenti

Si stanno svolgendo i cento seminari Anief sulla Legislazione scolastica: si tengono sulla piattaforma multimediale Teams e si protrarranno fino ad aprile. A ogni incontro interviene il presidente nazionale del sindacato, Marcello Pacifico. Gli argomenti che verranno trattati sono: reclutamento, organici, mobilità, sicurezza, Ddi e lavoro agile, pensioni, sostegno. Il seminario è rivolto a tutto il personale della scuola e i partecipanti hanno diritto all’esonero dal servizio ai sensi della normativa vigente. 

Per prenotare l’adesione basta inviare una e-mail all’indirizzo seminari.legislazione@anief.net. Si ricorda che è possibile partecipare anche in orario di servizio; il permesso è valido per l’intera giornata e bisogna presentarlo al dirigente scolastico 5 giorni prima del seminario. Al seguente link è possibile visionare l’intero calendario con i seminari che toccheranno tutte le province d’Italia. 

Di seguito i seminari che si svolgeranno tra il 29 e il 31 marzo 2021. Si invita il personale interessato a inviare al più presto il permesso al proprio dirigente scolastico.

Lunedì 29 marzo  

TRIESTE/GORIZIA29/03/20219.00 – 11.00Marcello Pacifico, Ettore Michelazzi
BOLOGNA/FERRARA29/03/202111.00 – 13.00Marcello Pacifico, Fracesco Carbone

Martedì 30 marzo

IMPERIA/SAVONA/GENOVA/LA SPEZIA30/03/20219.00 – 11.00Marcello Pacifico, Maria Guarino, Andrea Parenti
ANCONA/PESARO30/03/202111.00 – 13.00Marcello Pacifico, Rodrigo Verticelli, Francesca Marcone, Anna Maria Cianci

Mercoledì 31 marzo

CAMPOBASSO/ISERNIA31/03/20219.00 – 11.00Marcello Pacifico, Stefano Cavallini
CAGLIARI31/03/202111.00 – 13.00Marcello Pacifico, Gian Mauro Nonnis
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CESI – Bertelsmann: la necessità di un dibattito su telelavoro e diritto alla disconnessione

Si è tenuto mercoledì 17 marzo 2021, l’incontro tra la Confederazione Cesi, i suoi membri rappresentanti delle parti sociali e gli esperti della Bertelsmann Stiftung. A causa delle numerose chiusure dovute all’incessante diffusione della pandemia da Covid-19, le misure intraprese dalle aziende nei settori pubblico e privato hanno imposto un riadattamento delle forme di lavoro, promuovendo come soluzione principale la scelta del lavoro agile, lo smart working e telelavoro, imponendo a volte, o concedendo alla forza lavoro di non fermarsi e continuare le attività, attraverso un riadattamento delle skills e delle risorse, da casa o da qualsiasi altro luogo sicuro.

“Risulta evidente che lo smart working nell’ultimo anno ha raggiunto livelli mai visti prima in Italia e in tutta l’Europa; proprio per questo motivo – ha detto Ettore Michelazzi, presidente del consiglio nazionale Anief e delegato per la Cesi – va regolamentato con molta attenzione e accuratezza, soprattutto a partire dal diritto alla disconnessione e da azioni legislative che rimedino alle mancanze attuali del sistema”.

Un buon esempio è il CCNI per il comparto scuola sulla Didattica Digitale Integrata, firmato dall’Anief alcuni mesi fa: anche se può essere perfezionato, ha dato le prime indicazioni contrattuali e legislative su un genere di lavoro che fino a quel momento era completamente lasciato senza alcuna regola o normativa. L’Anief è pronta a dare il suo contributo, in Italia come in Europa: il diritto alla disconnessione, la salvaguardia della salute fisica e soprattutto psicologica, oltre a maggiori tutele giuridiche e sindacali ai lavoratori “costretti” allo smart working dagli eventi, saranno i punti focali dell’azione del giovane sindacato, coordinata con la CESI, anche attraverso piattaforme per evidenziare le problematicità segnalate dai lavoratori.

Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e vicepresidente dell’Accademia Europa Cesi, ha affermato che “sebbene questa scelta abbia rivelato che lavorare lontano dagli uffici di questi tempi funziona, apportando molteplici vantaggi alle vite dei lavoratori cosi come ai datori di lavoro, è altrettanto evidente che risulta ormai necessario mettere in atto regole ben precise per rendere questa nuova attività equa, nei doveri così come nei diritti, sicura e legalmente valida ed efficace per entrambe le parti. Risulta pertanto inevitabile notare che il telelavoro da casa cresce in maniera esponenziale e che questo conduce tutti a una trasformazione in digitale dal carattere complesso, quasi totale per tutte le aziende, soprattutto in previsione che si possa urlare alla pandemia superata”.

Dunque quali sono gli aspetti e le peculiarità che devono essere necessariamente regolamentate a livello Europeo e nazionale? Come possiamo imparare ad accettare la digitalizzazione del lavoro come un cambiamento buono e necessario?

“Una breve relazione dell’Eurodeputato Agius Saliba – ha aggiunto Sabrina Pellerito, responsabile delle relazioni estere con Cesi per Anief – afferma con certezza che la sfida del telelavoro è senza dubbio quella più grande per i lavoratori, successiva solo alla crisi del settore sanitario. In Germania è alta la percentuale delle aziende che hanno concesso il telelavoro ai propri dipendenti, e a distanza di tempo i risultati sono piuttosto soddisfacenti; ciononostante, è importante non perdere di vista il lato negativo della digitalizzazione, che necessita una regolamentazione pura e dedicata. Il ruolo delle istituzioni dell’UE, dei governi nazionali, delle parti sociali e dei sindacati, in questo processo, è quello di garantire il rispetto dei diritti nelle normative vigenti attraverso il dialogo sociale, la consultazione tra le parti e l’attuazione delle modifiche delle direttive comunitarie in termini di orario di lavoro e condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”.

Nonostante la pubblicazione della Commissione di una prima risoluzione sul diritto alla disconnessione e della divulgazione della prima fase di una consultazione delle parti sociali europee sulla questione di come migliorare le condizioni di lavoro delle persone che lavorano tramite piattaforme di lavoro digitali, restano sempre enormi buchi neri da analizzare e da colmare, soprattutto in termini di attivazione legislativa. Risulta chiaro che i lavoratori hanno un estremo bisogno di disconnettersi, sia che questo avvenga per mano del lavoratore stesso o a seguito di automatismi generati dal sistema: tutto questo serve non solo a eliminare efficacemente una disponibilità che da casa appare totale, ma serve a salvaguardare la salute del lavoratore, che essa sia mentale o fisica, rispettando quell’equilibrio fragile del work Life balance per cui ognuno di noi lotta, specie in questi tempi così difficili.

Come escludere la sorveglianza digitale dei lavoratori? La protezione dati è un affare assai delicato: dalla CGUE emerge che il diritto di disconnessione è fondamentale, cosi come quello della protezione dati; ogni lavoratore di fatti deve avere accesso al sistema con i propri dati, documenti, orari di lavoro. La protezione dati riguarda non solo le aziende in generale, ma anche il singolo impiegato, tuttavia bisognerebbe semplificare le normative, essendo queste di difficile interpretazione, per favorire ulteriormente non solo il colloquio con le istituzioni ma anche rapporti più trasparenti con i lavoratori e dipendenti. Informazione e training al centro delle proposte dei sindacati membri, che vedono nel loro lavoro la responsabilità della tutela dei lavoratori, delle loro attività e della loro sicurezza in termini fisici, normativi e di salute mentale. Dunque il datore di lavoro non è il solo ad essere responsabile della salute e sicurezza sul lavoro durante il lavoro mobile, ma lo sono anche le Istituzioni, i sindacati e i lavoratori stessi.

Nota dolente sono le spese sostenute per il telelavoro: il lavoratore spesso deve accaparrarsi il migliore strumento digitale che possiede pur di lavorare, nonché la migliore connessione di cui dispone, d’altra parte il datore di lavoro ha già dei costi nella creazione di strumenti digitali e sistemi di accesso dei dipendenti, con conseguente mancanza di budget per l’adeguamento dei dispositivi elettronici per il lavoro dei dipendenti; serve un accordo equo tra le parti, che garantisca un corretto equilibrio tra le priorità aziendali e l’inclusività dei lavoratori volti al digitale.

Le proposte emergenti dai rappresentanti membri sono dunque da riassumere in pochi punti: implementazione delle normative vigenti e creazione di nuove direttive per forme di lavoro nuove come quella in questione; la salvaguardia della salute del lavoratore ai tempi del digitale, promuovendo il diritto alla disconnessione e il sostegno psicologico in tempi di pandemia; la creazione di piattaforme da parte dei sindacati, attraverso cui si possono evidenziare ulteriori difficoltà dei lavoratori del proprio comparto per maggiore supporto e lavoro a livello nazionale ed internazionale.

(fonte: Ufficio Stampa Anief)

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Caos Invalsi in Puglia: giusta la presenza a scuole chiuse?

A causa dei contagi Covid19 in pericolosa risalita, in Puglia le lezioni sono sospese dal governatore Michele Emiliano nelle scuole di ogni ordine e grado. Tuttavia gli studenti svolgono le prove Invalsi in presenza come se nulla fosse. È accaduto nei giorni scorsi ed è di queste ore la polemica che ne è scaturita.

Cresce la polemica per lo svolgimento delle prove Invalsi. “Nei giorni scorsi – scrive oggi Orizzonte Scuola – centinaia di studenti delle scuole superiori sono tornati a scuola per affrontare le prove Invalsi nei laboratori d’informatica. A piccoli gruppi (una decina delle quinte per turno) e in aule sanificate. Dinamiche simili si sono riscontrate in altre regioni e ad ogni modo, servirebbe un chiarimento dal Ministero per capire come realmente muoversi”.

aula generica esami maturità 2019

IL COMMENTO DEL SINDACATO

Il giovane sindacato Anief conferma, alla luce delle crescenti difficoltà e rischi epidemiologici derivanti dal Covid19, diventa sempre più necessario cancellare del tutto le prove Invalsi, almeno per quest’anno, e rimandarle al prossimo, quando si spera che la pandemia sia ormai dietro le spalle. “Mantenere le prove Invalsi – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – significa appesantire ulteriormente le già difficili condizioni di lavoro nelle scuole. Il fatto stesso che le date di svolgimento dei test vengano cambiate in continuazione, la dice lunga sull’incompatibilità dello svolgimento delle prove con l’organizzazione didattica già complessa e mutevole degli istituti in presenza di contagi da Covid-19 in pericolosa crescita.

EPPURE NON SONO OBBLIGATORIE

Le prove Invalsi ricordiamo, non sono obbligatorie ai fini dell’esame di Stato. E lo stesso prefetto Antonella Bellomo ha posto l’accento sulla scelta delle scuole: “le prove Invalsi non sono obbligatorie per quanto riguarda la frequenza in presenza degli studenti”, si legge sulla pagina pugliese de La Repubblica. Tuttavia, alcuni istituti nelle circolari inviate alle famiglie, alcune delle quali annunciano esposti, non solo non avrebbero precisato che la frequenza non è obbligatoria ma che anzi costituirebbe un obbligo. E quindi decine di famiglie sono state costrette a mandare i figli in presenza a scuola nonostante il divieto imposto dall’ordinanza regionale in vigore”.

Sembra che “i dirigenti scolastici hanno fatto rientrare la partecipazione degli studenti alle prove Invalsi in presenza fra le attività consentite dal Nuovo Dpcm. Nello specifico, i presidi tengono a precisare che la disposizione di erogare la prova in presenza sia arrivata dal ministero. E che si tratterebbe di un’attività di laboratorio, quindi consentita dalla stessa ordinanza regionale”.

COSA DICE IL MI

La nota del Ministero prevede infatti che “resta salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o in ragione di mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali, secondo quanto previsto dal decreto del Ministro dell’istruzione n. 89 del 7 agosto 2020, e dall’ordinanza del Ministro dell’istruzione n. 134 del 9 ottobre 2020, garantendo comunque il collegamento online con gli alunni della classe che sono in didattica digitale integrata”.

LA REGIONE NON È D’ACCORDO

La Regione tuttavia non la pensa cosi: “le deroghe riguardanti l’ordinanza della Regione Puglia sull’obbligo della didattica a distanza riguardano la disabilità, particolari condizioni di impossibilità a seguire le lezioni a distanza e, per quanto riguarda i laboratori, si devono intendere quelli degli istituti professionali che rappresentano parte fondamentale della didattica”. Per la Giunta pugliese “sarebbe cioè un diritto delle famiglie e non un obbligo”.

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Pensioni: lo “scivolo” di Brunetta e la reazione di Anief

Mandare a casa dipendenti pubblici con un incentivo all’esodo: il progetto sarebbe contenuto nel piano del ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, le cui linee guida sono state annunciate in audizione alle commissioni Lavoro e Affari costituzionali di Camera e Senato, sulle linee programmatiche del dicastero, e oggi a Palazzo Chigi, attraverso il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” alla presenza del presidente del Consiglio, Mario Draghi, e dello stesso ministro per la PA. Secondo alcune anticipazioni della stampa nazionale, il ministro starebbe lavorando su uno “scivolo” per la pensione, con un incentivo volontario all’esodo. Il piano dovrebbe essere finanziato anche con i soldi per il Recovery Plan.

renato brunetta
Il ministro per la PA Renato Brunetta (foto: Facebook)

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “se confermata la notizia dell’anticipo pensionistico ci trova d’accordo. Ci sono professionalità nell’amministrazione pubblica, a partire dal personale scolastico, particolarmente esposte a problemi di salute e sicurezza troppo alti, il cui operato deve essere collocato tra i lavori gravosi. Si tratta di dipendenti statali che già devono fare i conti con le conseguenze del burnout, tra l’altro per avere convissuto con un rischio biologico molto superiore ad altre categorie ma non riconosciuto dallo Stato: non possono pure essere lasciati in servizio fino a 70 anni di età, magari dopo 40 e più anni di contributi versati. È chiaro che per noi, però, qualsiasi forma di anticipo non deve comportare decurtazioni all’assegno pensionistico, anche perché già il sistema contributivo è purtroppo determinante in negativo nel tagliare le mensilità della pensione: ci aspettiamo un allargamento, per capirci, della Ape social, che permette di lasciare il lavoro dai 62 anni e non prevede di fatto alcun ridimensionamento dei compensi per che lascia il servizio. La decisione, tra l’altro, farebbe ringiovanire un comparto la cui età media è a dir poco sbilanciata verso l’alto”.

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8 marzo, la condizione della donna nella scuola: Anief riassume quanto ancora c’è da fare per ridurre il gap di genere

Sono numeri impressionanti quelli che riguardano le donne che insegnano nella scuola italiana: 735 mila, a fronte di 908 mila docenti italiani complessivi. Più di 170 mila non sono di ruolo, Poi ci sono altre 150 mila donne impiegate, assistenti tecnici, collaboratrici scolastiche e Dsga, tra le quali figurano almeno altre 40 mila supplenti “rosa”. Donne quasi sempre ipertitolate, con esperienza e competenze da vendere, ma che continuano a non avere tutele, né prospettive professionali e di carriera, tanto che pur di entrare di ruolo accettano di spostarsi a centinaia di chilometri e di rimanervi per almeno cinque anni pur in presenza di cattedre libere vicino casa.

Si celebra oggi la Giornata internazionale della donna, nata per ricordare le conquiste sociali, economiche, culturali e politiche del sesso femminile, oltre che evidenziare quelle aree in cui è ancora necessaria un’azione per realizzare l’uguaglianza e abbattere le forme di violenza che ancora costringono la donna a non poter realizzare il proprio futuro e propri sogni. Ma la violenza non è solo quella fisica.

LA VIOLENZA PSICOLOGICA

Come scrive Orizzonte Scuola, “nella Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne adottata da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 48/104 del 20 dicembre 1993, si intende per “violenza contro le donne” ogni atto di violenza rivolto contro il sesso femminile, che arrechi o sia suscettibile di arrecare pregiudizio o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, nonché la minaccia di eseguire tali atti, la costrizione o la privazione arbitraria di libertà, tanto nella vita pubblica quanto nella vita privata”. 

insegnanti teamworking intesa

LA LONTANANZA DAGLI AFFETTI

Anief ritiene che la limitazione della libertà delle donne che operano nella scuola sia una delle battaglie più importanti da vincere. Vi sono decine di migliaia di donne costrette a lavorare a centinaia di chilometri da casa, spesso per colpa di algoritmi errati e norme sul reclutamento troppo rigide, che hanno toccato l’apice dell’assurdo nel recente vincolo di permanenza nella sede di destinazione, derivante dalla Legge 159/2019, attraverso la quale si obbliga chi è stato immesso in ruolo dal 2020/21 a rimanere ben cinque anni nella sede di titolarità senza diritto a trasferirsi e nemmeno a presentare domanda di passaggio di ruolo o assegnazione provvisoria. Una norma iniqua contro la quale Anief sta lottando con tutte le sue forze, prima con un emendamento all’ultima Legge di Bilancio, poi con una richiesta specifica al decreto Milleproroghe ed infine con un ricorso specifico contro l’imminente bando di mobilità 2021/22.

“UNA NORMA INGIUSTA”

“Stiamo parlando di una norma davvero ingiusta – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – con tante donne che non stanno vedendo crescere i loro figli non perché costrette da situazioni oggettive, ma perché ferme anche a mille chilometri da casa per barriere e vincoli artificiosi, che non hanno motivo di esistere visto che comunque i posti liberi per accoglierle in sedi più vicine ci sono, tanto è vero che vengono poi assegnate ai supplenti, spesso pure ad anno scolastico abbondantemente iniziato”.

L’ASSUNZIONE CHE NON ARRIVA

Ma il percorso di una donna che vuole lavorare nella scuola è in salita sin dall’inizio. Da quando decide di fare le supplenze o di partecipare ad un concorso. Si è arrivati al punto che vengono immesse in ruolo e poi, come accaduto a migliaia di maestre con diploma magistrale, rimesse a fare le supplenti, pure escludendole dalle graduatorie provinciali. Invece di assumerle dopo 36 mesi di supplenze, come l’Unione europea chiede da 22 anni, così come ribadito dal Comitato dei diritti sociali europei, che ha di recente accolto il ricorso Anief n. 146/2017 sull’illegittimità della reiterazione dei contratti a termine, lo Stato continua e tenerle sotto scacco continuando a tenere chiuse le Gae e a non fare concorsi riservati per titoli e servizi.

LE VITTIME DI ABUSI LASCIATE SOLE

Spesso per essere assunte in ruolo devono aspettare decenni, con stipendi illegittimamente fermi. E quando entrano in ruolo devono subire anche l’onta della ricostruzione di carriera che non tiene conto di tutti gli anni di precariato. I numeri confermano tutto: le insegnanti donne con meno di 30 anni non superano le 0,5%, mentre in Spagna arrivano quasi al 7%. E il numero di violenze sul lavoro nei loro confronti continua ad essere presente e sottostimato: a questo proposito, Anief continua a chiedere l’approvazione di una norma che agevoli i trasferimenti delle vittime di abusi all’interno della stessa pubblica amministrazione.

LA PENSIONE LONTANA

Tra le iniquità che colpiscono il genere femminile vi è anche l’obbligo a rimanere in servizio fino ormai quasi a 70 anni, sebbene sia stato scientificamente dimostrato che nella scuola il burnout colpisca il personale in percentuali decisamente alte. E non possono bastare di certo gli anticipi limitati, con l’Ape Social, alle educatrici e maestre di nidi e scuole dell’Infanzia, oppure le decurtazioni-ricatto contenute nell’Opzione donna che arrivano a tagliare l’assegno di quiescenza anche di 600 euro al mese. Come non è una bella notizia la fine di Quota 100, che seppure in cambio di una riduzione della pensione ha comunque garantito negli ultimi tre anni un’opportunità di anticipo.

“MANCA UNA POLITICA DI AMPIO RAGGIO”

“La verità – dice Marcello Pacifico, presidente Anief – è che manca una politica di ampio raggio che permetta alle donne di accedere al ruolo con stipendi degni di questo nome e a lavorare con serenità. In moltissimi territori non è istituito il tempo pieno nella scuola primaria. E anche negli altri cicli scolastici il monte orario settimanale continua a essere ridotto dalle norme derivanti dal dimensionamento dell’ultimo Governo Berlusconi. Per non parlare dell’assenza totale di sgravi fiscale e incentivi di carattere strutturale a sostegno del loro ingresso nel mercato lavorativo”.

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Covid, la linea Bianchi: tracciamento e tamponi negli istituti scolastici

Nelle scuole “servono attività di tracciamento e tamponi, sono necessarie unità mobili a livello territoriale che possano monitorare la situazione al meglio”: il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi lo ha detto oggi durante un intervista pubblicata su La Stampa, nella quale affronta i principali temi che riguardano la scuola. In particolare, il Ministro si sofferma sull’emergenza Covid e sulla didattica a distanza. Bianchi ha anche detto che subito dopo il suo arrivo al dicastero di viale Trastevere ha espresso il desiderio che “tutto il personale della scuola” venga “protetto e vaccinato. Il vaccino è fondamentale e la mia richiesta è che si acceleri il più possibile.

Anche il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi chiede di rendere operativi i monitoraggi, con tracciamento e tamponi, all’interno delle scuole. Intervista del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi su La Stampa in cui affronta i principali temi che riguardano la scuola: in particolare modo il Ministro si sofferma sull’emergenza covid e sulla didattica a distanza.

bambino mascherina scuola coronavirus covid

Ci siamo trovati di fronte – ha detto Bianchi – a un rapidissimo cambiamento della situazione epidemiologica, spiega il Ministro. La variante inglese ha modificato radicalmente il quadro precedente: colpisce anche i ragazzi e non solo quelli tra i 10 e i 19 anni, ma anche più piccoli. Abbiamo chiesto un parametro chiaro. Il Cts ce lo ha dato: 250 casi ogni 100 mila abitanti. Abbiamo fatto delle scelte. La scuola sarà a distanza in situazioni eccezionali e comunque nelle aree in cui servono forti restrizioni legate all’andamento dell’epidemia. Dobbiamo tutelare la salute pubblica, in particolare quella dei nostri bambini, e preservare la piena funzionalità del sistema sanitario”.

Per quanto riguarda la didattica a distanza: “stiamo lavorando al suo miglioramento, con un gruppo composto da persone sia interne al ministero che provenienti dai territori, dirigenti scolastici, docenti, maestri di strada”.

In un intervento di Bianchi su Radio Anch’io su Radio 1, si è parlato anche di aiuti alle famiglie: “abbiamo posto il tema col ministro della famiglia Bonetti. Siamo in emergenza, bisogna far passare l’ondata di piena senza lasciare sole le famiglie. Io spero subito, quanto meno il prima possibile arriveranno gli aiuti alle famiglie”. Inoltre, “a scuola si sono prese e si stanno prendendo tutte le misure per la sicurezza, ma la scuola mette in movimento una città, una comunità e questo coinvolge il sistema dei trasporti, l’intero sistema urbano. Questo Dpcm insiste molto su questo, in zona rossa c’è pericolo per tutti, con le varianti anche per i bambini. E nelle zone arancioni le regole sono molto stringenti, non sono regole discrezionali”.

La posizione di Anief

Anief prende atto della decisione del Governo di giungere alla chiusura dell’attività didattica in presenza in alcuni territori. In tali zone, comunque, rispetto al lockdown del 2020 la didattica a distanza è regolata da un contratto integrativo che ne stabilisce le modalità e garantisce anche al personale il diritto alla disconnessione. Il sindacato auspica vivamente che le vaccinazioni di docenti, personale Ata, dirigenti scolastici e Dsga vengano effettuate nel più breve tempo possibile e senza preclusione alcuna, quindi prescindendo dalla sede di servizio e dal luogo di residenza, come pure dal ruolo professionale. Allo stesso tempo, negli istituti dove si svolge l’attività in classe, va introdotta una mappatura generale dei possibili contagi, con tamponi rapidi continuativi per tutti gli studenti e operatori scolastici.

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Covid, chiusura scuole? “Serve un piano C”

“A distanza di un anno” dal lockdown, “l’apertura delle scuole rimane di fatto ingestibile, nonostante i protocolli di sicurezza che abbiamo siglato. A questo punto, bisogna immediatamente intervenire con un piano ‘C’ per salvare il prossimo anno scolastico”. A dirlo è stato Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, intervenuto a Italia Stampa per commentare l’apertura del Comitato Tecnico Scientifico alla possibile chiusura delle scuole di ogni ordine e grado nelle zone rosse e nei luoghi dove vi sono soglie alte di contagio, a prescindere dai colori delle regioni, su cui starebbe lavorando pure il Governo con l’inserimento della possibilità nel nuovo Dpcm in via di pubblicazione.

marcello pacifico anief
Marcello Pacifico, leader di Anief

Il professore Marcello Pacifico ha detto che “se si vuole riaprire le scuole in presenza, mentre si stanno diffondendo i vaccini” tra la popolazione e il personale scolastico, operazione “che è appena iniziata, significa rischiare di riaprire con gli stessi problemi. Quindi, per evitare che ciò avvenga occorre rispettare il distanziamento sociale dentro le aule, ma soprattutto fuori le classi. Una cosa deve essere chiara – ha aggiunto il sindacalista autonomo -: se le scuole chiudono, non è possibile lasciare poi i ragazzi nelle strade. Ma è anche vero che se le scuole aprono agli alunni allora non è giusto pensare che il distanziamento sociale fuori le aule possa saltare”.

In conclusione, secondo il leader dell’Anief, “se questi atteggiamenti non verranno corretti, e se non verranno attuate delle disposizione per aumentare le classi, i plessi e il personale scolastico, portando anche alla stabilizzazione di migliaia di precari che oggi stanno cercando di portare avanti la didattica in tutti i modi, anche a distanza con mezzi propri, alla pari dei sacrifici chiesti e attuati da molti cittadini, allora” avremo fallito. Ecco perché, ha concluso Pacifico, “oggi è molto importante dare un segnale d’inversione di tendenza”.

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Pacifico a Orizzonte Scuola: “Valorizzare tutti i profili professionali della scuola”

Sulle mosse da compiere per il bene della scuola Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Anief, ha le idee chiare: bisogna valorizzare i profili professionali di tutti i lavoratori della scuola.

Anche in occasione dell’incontro di oggi tra il nuovo ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi e i rappresentanti dei sindacati rappresentativi, Orizzonte Scuola ha organizzato un incontro con i rappresentati dei sindacati rappresentativi: Francesco Sinopoli (Flc Cgil), Maddalena Gissi (Cisl Scuola), Pino Turi (Uil Scuola), Elvira Serafini (Snals), Rino Di Meglio (Gilda) e Marcello Pacifico (Anief). Tra i temi discussi: la riformulazione del calendario scolastico, la mobilità, gli Esami di Stato, il rilancio degli istituti tecnici, la sicurezza a scuola.

Marcello Pacifico, per quanto riguarda la mobilità, ha voluto lanciare un appello agli altri leader che hanno sottoscritto il contratto: “bisogna chiedere al nuovo ministro di riaprire i tavoli sui contratti integrativi, mobilità al 100% su tutti i posti disponibili, eliminare ogni vincolo, svelare i posti vacanti, presentare deroghe. Come Anief abbiamo sempre chiesto di conciliare il diritto al lavoro con quello alla famiglia: non è possibile scegliere tra lavorare per lo Stato e la famiglia”.

marcello pacifico anief
Marcello Pacifico, leader di Anief

Per quanto riguarda poi il piano vaccinale, il leader dell’Anief ha chiesto che “venga fatta chiarezza: alcuni vaccini pare coprano solo del 20% rispetto ad alcune varianti. Il vaccino non è l’unica misura, infatti il problema del contagio si risolverà se verremo ascoltati: sono necessari più classi, più plessi e più organici. Col virus dovremo convivere ancora per molto tempo, dobbiamo organizzarci, sono necessarie le risorse; avremo a disposizione il Recovery plan, investiamo in spazi, sicurezza e organici”.

“Inoltre – ha continuato Pacifico – è indispensabile adeguare l’organico di fatto a quello di diritto. Noi l’abbiamo chiamata Operazione Aletheia, un’inchiesta cioè sugli organici, anche quelli di sostegno, per capire quali sono i posti vacanti e fare un piano straordinario di assunzioni. Bisogna reintrodurre il doppio canale di reclutamento, pensare a un percorso d’inserimento in ruolo per chi vanta più di 36 mesi di servizio, anche presso scuole paritarie, comunali. Importante poi non licenziare i diplomati magistrale e comprendere che se un titolo è valido per insegnare come supplenti lo deve essere anche per il ruolo”.

In chiusura, il sindacalista autonomo ha affermato che al neo ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi dirà che “bisogna insistere su temi come gli organici e la sicurezza legata agli organici, il diritto all’indennità, fino alla valorizzazione dei profili professionali di tutti i lavoratori della scuola”.

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Vaccinazione docenti in Piemonte, il sindacato chiede chiarimenti

È iniziata venerdì 19 febbraio la fase 3 della campagna vaccinale in Piemonte, destinata al personale scolastico. Al momento vengono prese in carico, tramite preadesione on line, le richieste del personale fino a 55 anni d’età, per il quale le autorità sanitarie hanno dato l’ok all’utilizzo del vaccino AstraZeneca. Il personale over 55 può manifestare la propria adesione e, in attesa dell’estensione ufficiale del vaccino sviluppato dall’università di Oxford anche alle fasce di età superiori ai 55 anni, sarà convocato alla vaccinazione con le modalità e le tempistiche previste dal Piano di vaccinazione anti COVID-19.

Rimangono tuttavia da chiarire alcuni aspetti riguardo all’estensione della platea dei destinatari della campagna vaccinale. È il caso, ad esempio, del personale scolastico che pur lavorando in Piemonte ha il medico di medicina generale in altra regione. Attualmente tra le faq disponibili sul sito www.ilpiemontetivaccina.it si legge quanto segue: “Il personale scolastico e universitario non in carico al Servizio Sanitario Regionale e dunque senza il proprio medico di famiglia in Piemonte non può aderire alla campagna vaccinale e sarà informato successivamente sulle modalità di vaccinazione”.

“Considerato che il personale docente e Ata in servizio nelle scuole piemontesi che rientra in tale categoria è notoriamente numeroso – commenta Marco Giordano, presidente Anief Piemonte –, è necessario che dalla Regione arrivino indicazioni con la massima celerità possibile”.

C’è poi il caso del personale docente non attualmente in servizio a scuola ma impegnato nelle attività di Tirocinio Formativo Attivo presso le scuole del Piemonte nell’ambito dei corsi di specializzazione su Sostegno.

“Va chiarito – aggiunge Giordano – se anche detto personale sia da considerarsi o meno come rientrante nel target della fase vaccinale in corso. Come Anief riteniamo che debbano essere ricompresi in quanto, pur non trattandosi di personale in organico, parliamo comunque di soggetti a rischio contagio”. 

Anief Piemonte ha quindi chiesto un incontro con i vertici della Regione per i necessari chiarimenti su tempistica e modalità di estensione della campagna vaccinale anche al personale sopra indicato.

“L’incontro – conclude il segretario generale Anief – sarà anche importante per fare il punto sui dati dei contagi tra il personale scolastico e gli studenti, per valutare l’andamento della diffusione del virus nelle scuole piemontesi”.

Ricordiamo che è possibile preaderire alla campagna vaccinale in Piemonte per il personale scolastico e ottenere tutte le informazioni utili sul sito https://www.ilpiemontetivaccina.it/preadesione/#/

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Provincia autonoma di Bolzano, ricorso per l’ammissione diretta alle graduatorie di merito con 36 mesi di servizio

Il sindacato Anief ricorre al Presidente della Repubblica per ottenere l’ammissione diretta alle graduatorie di merito utili per le immissioni in ruolo per coloro che hanno svolto servizio per ameno tre anni.

Il ricorso sarà proposto per ammettere alle graduatorie di merito, per accedere ai ruoli, i candidati che hanno svolto almeno 36 mesi di servizio, anche alla luce di quanto ribadito recentemente dal comitato europeo dei diritti sociali, a prescindere che abbiano superato le prove concorsuali.

tribunale giustizia martelletto

Il ricorso è riservato ai candidati che hanno prestato almeno tre anni di servizio e che hanno presentato domanda di partecipazione al concorso e che non abbiano superato le prove.

Per aderire, cliccare qui. C’è tempo fino al 5 marzo 2021.