Impronte digitali e telecamere per la presenza a scuola, i perché del no

“In totale, nel 2018 si sono registrati nella Pubblica Amministrazione 107 licenziamenti per assenza ingiustificata (lo 0,003%) e 89 per falsa attestazione della presenza in servizio (lo 0,002%), di cui 55 accertati in flagranza. Stiamo dunque parlando di un fenomeno più che marginale: di un pugno di dipendenti ‘infedeli’ contro una maggioranza schiacciante di lavoratrici e lavoratori onesti. La domanda da porsi, allora, è una: ma abbiamo veramente bisogno di spendere 35 milioni di euro per installare nei palazzi e uffici pubblici i lettori di impronte e dell’iride per controllarne la presenza in servizio?”.

Questo è uno dei passaggi più chiari della nota stampa a firma Anief e Udir sulla possibilità di rilevare le presenze di docenti e Ata con impronte digitali ed installazione di telecamere nei complessi scolastici. La misura è prevista dal DDL Concretezza in discussione in queste ore alle Camere e fortemente voluto dal ministro della P.A. Giulia Buongiorno.

Non è la prima volta che l’attenzione si sposta sull’utilizzo delle telecamere di videosorveglianza a scuola, ma finora nel dibattito emergevano necessità di sicurezza. In questo caso, invece, si parla di lotta all’assenteismo e ai furbetti del cartellino.

DDL Concretezza e tutela della privacy

Tali misure devono fare il conto anche con la questione – per nulla scontata – della tutela della privacy.

“Rimangono tutti da verificare – spiegano Anief e Udir – i profili di possibile violazione della normativa sulla protezione dei dati personali, nonché del dettato costituzionale e comunitario in tema di diritti umani per una modalità di rilevamento della presenza oggettivamente invasiva. Insomma, un provvedimento, come detto, destinato a far discutere ancora molto. Senza dimenticare che più volte il Garante dell’Infanzia si è detto pubblicamente contrario a qualsiasi tipo di telecamera installata all’interno degli istituti scolastici, a meno che non si tratti di telecamere a circuito chiuso accessibili solo su autorizzazione dell’autorità giudiziaria e in presenza di una segnalazione. Anche il Garante della Privacy ha posto diversi paletti, ritenendo fondato l’utilizzo della videosorveglianza solo per l’esigenza di tutela dei bambini (in particolare in età di nido) e per agevolare la ricostruzione probatoria rispetto a reati commessi nei confronti dei minori: lo stesso Garante ha posto dei dubbi sull’eventuale impiego delle telecamere in modo sistematico e generalizzato, visto che la tutela dei soggetti fragili può avvenire efficacemente anche con mezzi meno invasivi”.

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